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A-Mara domenica in El Fasher
Quando qui l’uva bolliva nei tini ed imbrunivano le foglie dei tigli,
quando qui i tramonti d’autunno sussurravano al cuore infuocati bisbigli,
in terra d’Africa, in un suolo semi-arido, a circa 3.700 km di distanza,
si è consumata, sommessamente, tra nuvole di sabbia, una mattanza.
Era una domenica d’ottobre, quando cadde El Fasher.
Senza colpa, ignari d’esser dietro ai sipari, probabilmente masticavamo il dessert
guardando, indifferenti e sbadati, le oasi di Linea Verde o Mara a Domenica in,
nell’ora in cui i ribelli accatastavano cadaveri su cadaveri eseguendo la loro routine.
Senza massacrare a caso, ma stanando il diverso, quel sudanese non arabo,
hanno setacciato la città, stuprandolo e schiacciandolo come fosse un carabo,
servendosi di armi barattate a caro prezzo con paesi traviati dal compromesso,
hanno svenduto i diritti sulle miniere d’oro, sfruttando la bramosia di potere-possesso.
Era una domenica di ottobre quando cadde El Fasher.
Chi passeggiava, chi dormiva, chi brindava, chi era in cerca del suo personal pusher.
Se ne parlò poco, forse per un giorno, i media disquisivano d’altre guerre, d’altre questioni,
ed il grido dei civili sudanesi continua, ma il mondo è distratto e ligio solo alle sue abluzioni.